Contributi culturali 2003

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LA BEFANA, NATURALMENTE di Marco Raimondi

Noi affermiamo con energia e fantasia: "La Befana naturalmente", Perché?
Perché la civiltà nella quale viviamo, così apparentemente pragmatica e razionale, ha perso o rischia di perdere definitivamente la propria anima.

Cosa sta succedendo? Nell'uomo primitivo, i miti costituiscono e fondano la vita dell'individuo,. Non appena l'eredità mitica viene persa o comincia a disgregarsi a sfaldarsi, l'uomo perde, insieme a un repertorio più o meno ampio di miti, anche la propria anima, cioè la realtà psichica, la possibilità stessa di esistere.
Da qui deriva la paura costante dell'uomo "primitivo" di perdere la propria anima. Lungi dall'essere una manifestazione di mera superstizione, il timore atavico di perdere la propria unità originaria, corporea, emotiva e spirituale, è la percezione diretta e immediata di uno stato conseguente alla perdita del rapporto con un mondo originario espresso e attuato, reso vivente dai miti. La civiltà attuale, violando continuamente non solo la natura, il mondo naturale esteriore, ma anche la propria natura umana, il mondo naturale interiore, produce necessariamente una situazione di contrasto, conflitto, disarmonia che porta ad una progressiva estraniazione da se stessi, a un isolamento sterile, a una inevitabile catastrofe.
"La Befana naturalmente" significa allora ritrovare, nel simbolo-mito-rito della Befana, un racconto vivificante e unificante, e significa assecondare, sviluppare, un processo naturale quale è per l'individuo l'identificarsi con la musica dell'origine, la musica dell'inizio. Non si può imporre dunque la propria musica, ma lasciar riecheggiare la musica originaria. La mitologia, infatti, racconta le origini, e i fatti della mitologia sono il principio di ogni cosa, in quanto risalgono e parlano di un primordiale tempo extratemporale che, attraverso la continua ripetizione mitica e rituale, si qualifica come eterno.
Per Kerenyi, uno storico delle religioni, l'unico modo giusto di comportarsi nei riguardi della mitologia "è quello di lasciar parlare i mitogemi per se stessi e prestar loro semplicemente ascolto". (1972, p.17)
In questo ascoltare puro e semplice, sembra di vedervi adombrato l'essere ingenuo e privo di "sovrastrutture" mentali del bambino che, affascinato e "preso" da un oggetto, da un racconto, da un'immagine, da un animale, da una persona, da un albero ecc. lo vive così com'è nel qui ed ora di quell'unico momento.
La terra è il suolo di dio, in qualunque modo si voglia concepire la divinità, e il "fondare" è il tema mitico per eccellenza se la "fondazione" avviene naturalmente, l'uomo costruisce tanti piccoli mondi rispettosi l'uno dell'altro, come nella comprensione e nell'accoglimento delle diversità individuali e collettive, razziali. Ma se la fondazione si prefigura come una serie di atti violenti o come una radicale incomunicabilità e una mancata accettazione e integrazione dell'altro da sé, allora la fondazione diventa uno "sfondamento", e la natura esteriore e interiore reagisce di conseguenza, con conseguenze disastrose in questo senso.
La Befana interviene con la sua carica e la sua valenza positiva e creativa, uniformandosi al carattere che è proprio dei processi naturali, e cioè la loro ricorrenza, il rimanere identici a se stessi. Il culto ha infatti un valore di ripetizione magica, perché riproduce l'avvenimento cosmico, la ripetizione magica dell'apparire della Befana da una parte riproduce nel presente la sua prima e originaria comparsa nel tempo mitico degli antenati, e dall'altra introduce il rispetto per i processi e gli eventi naturali: l'irruzione della luce nella notte, il tramonto, la fine dell'anno vecchio, e l'alba, l'inizio dell'anno nuovo.

"MA LEI NON SA CHI SONO IO"

La Befana può giustamente domandarsi e domandarci: "Ma lei lo sa chi sono io"?
Nel suo essere al di là e al di qua di ogni definizione, nel suo essere irriducibile a qualsiasi spiegazione o interpretazione, anzi rifuggendo ella stessa da ogni tentativo di limitarla, ingabbiarla, limitarla a uno schema, a un solo simbolo, a una sola idea o immagine, sta tutta la ricchezza del "mitogema" Befana, e il suo misterioso dispiegarsi nel passato, nel presente e nel futuro, nel mondo extratemporale degli antenati, rivissuto continuamente grazie al mito-rito.
In altre parole, c'è sempre uno spazio, una zona, un margine, un petalo di libertà, di diversità, di unicità che si annida e si espande nel cuore, nel centro di tutte le cose, siano esse oggetti, piante, animali, esseri umani, stelle o altro.
Quando crediamo di possedere una cosa o una persona, in realtà non stiamo afferrando o legando proprio niente, al contrario siamo posseduti e legati dallo sola idea di possederlo, siamo cioè posseduti da un miraggio.
Tutto nell'universo parla e ha il diritto di parlare con la stessa e medesima voce, con la stessa possibilità di espressione e la stessa dignità.
Quando l'altro da sé parla, chiunque può ascoltare, e se non ascolta, trascura e ignora con l'altro anche una parte di sé, e soffre dentro di sé questo mancato ascolto. Ecco perché anche un minuscolo granello di sabbia, uno stelo d'erba, un piccolo fiore di campo può rivolgersi senza timore al vento, al sole, all'uomo, all'albero e dire: "Ma lei non sa chi sono io ?". Sono la piccola creatura che parla può farlo con autenticità e libertà, perché solo lei può esprimere il proprio mondo, per quanto piccolo esso sia.
Noi non sappiamo cosa sia la Befana per questo possiamo essere contenti di non saper rispondere alla sua domanda; " Ma lei non sa chi sono io?", perché il fatto di non sapere ci libera dal peso e dalla preoccupazione di dover giudicare, valutare, analizzare, c lascia liberi di ascoltare, di essere ricettivi, di aprirci a quello che verrà, e così facendo, ci sentiamo finalmente di lasciar fare, di lasciar esistere quello che di volta in volta è l'altro da noi, senza più timore di essere minacciati, distrutti o limitati.
La Befana è e non è, è la luce, la notte, madre, strega, è questo e il contrario di questo, è altro. Non possiamo "smascherarla" e il granello di sabbia può parlare ed amare con la stessa dignità e la stessa forza di un gigante.

Carl G. Jung e Kà roly Kerenyi, "Prolegomeni dello studio scientifico della mitologia", Boringhieri, 1972.

 

SIAMO TUTTI, TUTTE . BEFANEEE!

"E il fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere al punto da cui siamo partiti e di conoscere il luogo per la prima volta"

Anche se il corpo invecchia, si indebolisce e diventa fragile e malato, la protezione dell'anima che lo circonda non cessa di abbracciare con tenerezza questa fragilità.
Che il corpo sia nell'anima è motivo di grande consolazione e sicurezza; quando esso invecchia, se ci accorgiamo di come lo avvolge e se ne prende cura, possiamo liberarci del panico e delle paure che spesso accompagnano l'invecchiamento e acquisire un più profondo sentimento di forza, appartenenza e padronanza.
La più efficace immagine della memoria è l'albero. La sua immensa memoria registra tutto il tempo vissuto nel tessuto del suo legno e dei suoi anelli.
La memoria umana è un tempio interiore di sentimento e sensibilità, al suo interno le diverse esperienze vengono raccolte in base alle emozioni che suscitano e alla loro forma .

"Pensiamo nell'eternità, ma ci muoviamo lentamente nel tempo" (Oscar Wilde)

L'anziano che vive nella Befana assomiglia a un tempio, possiamo aggirarci nelle sue stanze e visitare i giorni felici o momenti difficili in cui siamo cresciuti e migliorati.
La befana è il tempio in cui tutti i frammenti del tempo si riuniscono, in questo modo raggiungiamo l'unità e otteniamo una nuova forza, un equilibrio e un'appartenenza che non ci erano mai stati concessi, quando, distrattamente, lasciavamo scorrere via i nostri giorni. Recarsi in visita al tempio della memoria non è un semplice far ritorno al passato, ma significa risvegliare e integrare tutto quanto ci accade. E' parte del processo di riflessione che dà profondità all'esperienza.
Tutto quanto ci accade è un seme di esperienza che viene piantato, saperla raccogliere è altrettanto importante. La Befana del dono è anche colei che perdona se stessa con indulgenza e tenerezza, la Befana non sarebbe nel nostro immaginario così vecchia se ciò non corrispondesse all'essere bisognosa di tenerezza e quindi luogo della fragilità e generosità.
Quando perdoniamo a noi stessi, le ferite interiori cominciano a guarire e usciamo dall'esilio della sofferenza. Se portiamo questa luce delicata alla sua anima e alle sue ferite, possiamo ottenere una straordinaria guarigione interiore.

Spesso le persone anziane hanno una dolcezza commovente.
L'età non dipende dal tempo cronologico, è legata al temperamento di una persona.

"C'è un posto nell'anima che il tempo non può toccare".

La vecchiaia offre l'opportunità d'integrare e raccogliere le molteplici direzioni che abbiamo seguito.

Spesso in un volto anziano vediamo la bellezza trasparire dietro le rughe; è la visione della bellezza più intensa.

LA BEFANA, NATURALMENTE CON I GIOVANI

L'anima delle cose, l'anima del creato, l'Anima, per non perderla, per ritrovarla dove si è perduta, per non smarrirsi nel pensiero logico-razionale che spiega, che incasella, che incatena, per riscoprire quella parte del sé bambino, per far emergere forze perfino a noi sconosciute, per ricollegarci con l'origine, con l'andare del tempo sempre diverso e sempre uguale.

Questa è la Befana, naturalmente: un indefinito/finito che affonda le sue radici nei territori del sogno, della fantasia, della morte e dell'eternità.
Se è vero che la poesia è "emozione pensante" (P.Valduga) dove pensiero ed emozione diventano una cosa sola, leggere la Befana, come tutti i miti-riti del passato, significa scoprirne il senso attraverso il pensiero e vivere la sua realtà, oggi, attraverso l'emozione.

Fatta questa premessa, esiste ancora la possibilità per l'uomo d'oggi, abitante di questo mondo occidentale, di riaffermare che la "conoscenza completa" è capire e sentire insieme, è ricomporre la scissione dell'essere che c'è in noi?

Guardando in faccia gli adolescenti di oggi, in un rapporto quotidiano, scopriamo che non hanno "passioni" perché li abbiamo privati del sacro /magico della vita, abbiamo sviluppato più alcuni aspetti della loro persona, li abbiamo voluti razionali perché abbiamo avuto e abbiamo una paura delle forze che si sprigionano dalle loro emozioni.
Non li abbiamo aiutati a conservare ciò che è istintivo nei bambini piccoli, a vedere cioè il mondo non solo così come è, ma come è possibile immaginarlo.
Abbiamo sostituito alla parola "guardare" la parola "osservare", a "sentire" "capire", a "vivere" "pensare a vivere".

Vorrei spiegare che i termini indicati come significativi, includono, non escludono: il guardare include l'osservare, il sentire il capire, il vivere il pensare a vivere.
Abbiamo infine messo a disposizione dei ragazzi le cose, tante cose, ma abbiamo distrutto i sogni.
E' difficile costruire nei ragazzi l'unità perché gli adulti hanno paura nel rapporto educativo, a mettersi in gioco e si appellano alle certezze di un pensiero razionale che, apparentemente e per un tempo limitato, non tradisce.

Era così, e forse ancora di più, anche nel passato, ma ieri il rapporto con la vita di tutti i giorni, nel suo fluire di bene e di male, di gioia e di dolore, di realtà e di fantasia, era più naturale e meno artefatto.

Oggi, invece, per amare la natura bisogna iscriversi al WWF, per correre è necessario partecipare ad una gara ben organizzata da altri, per fare solidarietà bisogna essere sollecitate da appelli televisivi.
Sarebbe lungo l'elenco di situazioni, non certamente negative per carità, nelle quali è la sovrastruttura che determina ed indirizza le nostre scelte.

Ben vengano allora le feste se ci scoprono a noi stessi, se ci ricollegano al passato, se ci riconducono, attraverso il mitico/sacro, all'eterno.

Non so che cosa sia la Befana, lei lo sa chi sono io, ma, a questo punto non è importante.

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