Contributi culturali 2001

TORNA


La parola dinamismo richiama nella nostra società, un fare continuo.
La persona dinamica è quella che si muove che sa organizzarsi e organizzare.
E' più bello pensare al dinamismo come a qualcosa che si muove nell'interno di un armonia cosmica alla quale oramai poche volte pensiamo.
La natura che fa crescere un seme e lo trasforma in una pianta mirabile è un'opera di splendido dinamismo.
La piccola castagna che a tutti richiama i sapori di una volta ne è un esempio magnifico: messa sotto la terra è capace di trasformarsi in una pianta enorme e spettacolare.
E cosa centra la Befana in tutto questo?
E' un richiamo forte a un ripensamento sulle cose semplici capaci di generare meraviglia.
Viene come ogni anno con il suo aspetto contadino, non si è fatta tentare da veicoli tecnici o da orpelli tecnologici; non ha il cellulare per comunicare perché lei ci parla con il suo silenzio carico di mistero.
Lei non ha quel dinamismo che la vorrebbe al passo con i tempi così concitati: è calma, tradizionale, sicura di quel fascino che accompagna ogni mito al di la del tempo e delle mode.
Sottolinea il perpetrarsi dell'aspettativa piena di affascinante attesa.
Lei torna solo una volta all'anno forse anche per ricordarci che ogni il sorgere del sole e la rinascita di una vita sono pregni di quel magico dinamismo che soffia sull'universo.

IL RITO E IL CONTATTO CON IL NUMINOSO

Il rito è universale: una società del tutto priva di qualsiasi rituale sarebbe una anomalia' nell'ambito dell'osservazione etnografica. Il rito è un atto che può essere individuale o collettivo, ma che sempre, anche quando è sufficientemente elastico da comportare un margine d'improvvisazione, resta fedele a determinate regole che precisamente costituiscono ciò che vi è di rituale. Il rito si distingue per il carattere della sua pretesa efficacia, e per il ruolo importante che vi svolge la ripetizione. I riti religiosi o magici sono spesso concepiti come efficaci: si suppone per esempio che provochino la pioggia che fa crescere il raccolto, o che guariscano un malato. Il rito è un atto la cui efficacia (reale o presunta) non si risolve nella concatenazione empirica di causa e effetto.
L'uomo ha cercato di costituire con le sue norme un sistema chiuso, in cui ritenersi sostenuto e guidato. Tutto ciò che minacciava l'ordine, cioè per esempio l'insolito, il divenire, l'anormale, veniva respinto.
Certi riti sono potuti nascere dal desiderio di preservare da ogni attacco l'ideale di una vita senza imprevisti e senza angoscia.
L'angoscia appare come il segno del contatto con il Numinoso. Il termine di numinoso è di Rudolf Otto. Il numinoso corrisponde per Otto a un "sentimento originario e specifico". Il primo carattere del numinoso è secondo Otto quello di essere misterioso. Il numinoso si rivela come "mysterium". I riti che allontanano il numinoso, per preservare da ogni attacco una condizione umana afferrabile e riducibile a un ordine,a una regola, non sono i soli riti possibili. Di fatto, se il numinoso si presenta come angoscioso, l'atteggiamento che consiste nell'evitarlo non è tuttavia il solo che esso suggerisce. Il mysterium, come dice Otto, è allo stesso tempo "tremendum"e "fascinans". Il "tremendum" caratterizza l'elemento inquietante del numinoso, provoca il sentimento di terrore che fa sì che lo si eviti. Il "fascinans" è al contrario ciò che fa in modo che sia desiderato, che si sia attirati verso esso e che si cerchi persino di identificarvisi. Ciò che minaccia le norme, ciò che le stravolge, è anche ciò che è più forte. I simboli inquietanti sono dunque nello stesso tempo quelli che sembrano evocare possibilità illimitate. È naturale che certi riti, all'inverso dei precedenti, siano azioni simboliche che permettono di captare e di manipolare la forza numinosa. La terza soluzione (dopo quella di allontanare il luminoso e quella di manipolarlo magicamente) presuppone invece un superamento, una sublimazione, e consiste nel fondare la condizione umana su una realtà trascendente. La funzione del rito va cercata, quindi, nel principio stesso delle forze numinose, impure, magiche o sacre, con cui il primitivo entra in rapporto, o da cui si allontana per mezzo di riti che sono azioni simboliche.
Lo scopo dei riti è sia quello di allontanare l'impurità, sia quello di manipolare la forza magica, o ancora quello di mettere l'uomo in rapporto con un principio sacro che lo trascende.
I riti primitivi possono essere schematizzati nel modo che segue.
L'impuro e la forza magica sono gli aspetti antitetici della forza numinosa che è incompatibile con la condizione umana definita dalle regole. I tabù e le purificazioni proteggono l'ordine stabilito contro ogni attacco di ciò che sfugge all'ordine. La magia è, al contrario, un atteggiamento che consiste nel rinunciare alla condizione umana, per maneggiare le forze che le sono opposte. In terzo luogo, il sacro è una specie di sintesi tre la forza numinosa e la condizione umana, o piuttosto un aspetto del numinoso per cui esso ci appare come l'archetipo trascendente che fonda l'ordine umano senza essergli asservito.
La religione, con i suoi riti, afferma nello stesso tempo questa trascendenza e la possibilità per l'uomo di partecipare ai suoi archetipi sacri.
Tesi, antitesi e sintesi: questa sembra essere la dialettica generale del rituale primitivo. Le religioni primitive oscillano talvolta tra i due atteggiamenti che vogliono superare: a volte sono semplicemente un sistema di tabù, a volte tendono a dare all'uomo il dominio magico sulle forze soprannaturali. Ma queste esitazioni non possono nascondere l'originalità dell'ideale religioso che confusamente si ricerca e che è la conciliazione dell'ordine naturale con la potenza soprannaturale.
Lo spirito della religione si riconosce quando il primitivo si ingegna, a prezzo talvolta di duri sacrifici, a manifestare che l'ordine umano non è autosufficiente e non ha valore che per la partecipazione ad archetipi sacri che lo fondano e insieme lo superano. Così, nel sistema totemico, l'individuo non esiste veramente come uomo se non è iniziato, cioè modellato ritualmente e integrato nella società grazie al contatto con i simboli sacri, al rapporto con gli antenati totemici che appartengono a un mondo al di sopra delle regole.
Nella religione il rito è inseparabile dalla rappresentazione mitica, perché i simboli utilizzati vengono valorizzati, ne vengono elaborati i significati. Il rito religioso, in quanto manifestazione di una sublimazione e di una sintesi tra aspirazioni opposte, presuppone rappresentazioni simboliche la cui elaborazione non ha luogo se non nel quadro del mito. Ancora, nella religione emerge una sintesi tra trascendenza e partecipazione: certi rituali hanno per funzione quella di realizzare attraverso azioni positive, una partecipazione dell'uomo ai suoi archetipi superiori, cioè una sacralizzazione, una consacrazione della condizione umana, e la funzione di utilizzare la potenza trascendente a favore dell'umanità, di agire sul sacro.

Jean Cazeneuve, "Sociologia del rito", Il Saggiatore 1996

LA STANZA SENZA FOCOLARE: PERDITA DEL FANTASTICO NEL MONDO MODERNO

Le figure fondamentali, le leggende, credenze, i riti magici e terapeutici, gran parte delle credenze sui morti, gli spiriti, i fantasmi, rinviano alla grande fonte della cultura pagana. La visione pagana è scomparsa solo formalmente col cristianesimo: le forme del paganesimo hanno subito trasformazioni, camuffamenti, mantenendo però intatta la loro sostanza, come ad esempio l'idea d'un divino che pervade l'intera natura, la fede di una magia tellurica (relativa alla terra), la corrispondenza solidale di tutte le forze cosmiche. Il popolo non ha rinunciato alla sistemazione del mondo fatta dal paganesimo; il paganesimo rendeva più comprensibili le cose, più familiare il mondo. Una serie di figure viveva accanto all'uomo nell'invisibile, accompagnandolo notte e giorno.
Queste figure possono spiegare "la vita parallela" che un tempo si percepiva accanto a quella quotidiana: le cose, gli eventi, gli incontri, non erano frutti del caos, ma di mani invisibili che spingevano e guidavano.
Così tutto, a saperlo leggere, parlava, portando avvertimenti, premonizioni, suggerimenti: si poteva sentire nel vento la voce dei morti che chiedevano preghiere, ricordi, adempimenti; nelle capanne le parole che determinavano una scelta difficile; nella zampetta della mantide l'indicazione della strada smarrita; nel canto della civetta la "chiamata" della morte; nel ronzio del moscone l'imminente arrivo di novità o d'una persona, ecc. Una folla di esseri soprannaturali guardavano, parlavano,potevano aiutare o perdere i vivi. LA BASE DI QUESTA CONCEZIONE DELLA REALTA' CONSISTEVA NELL'IDEA CHE ACCANTO A QUELLA REALE SI ARTICOLASSE APPUNTO UNA VITA PARALLELA, NASCOCTA, INDECIFRABILE E TUTTAVIA PERCEPIBILE ATTRAVERSO SEGNI CHE LA TRADIZIONE AVEVA IMPARATO A CONSCERE. QUELLA SOTTERRANEA ERA LA VERA REALTA'.
In ogni fenomeno naturale esisteva una specie di divinità: la Fata Morgana nel miraggio, i Folletti nei fuochi fatui, altri folletti (incubi) nei sonni agitati, Streghe nelle trombe marine, Tempestari nei temporali, Dragoni nella grandine, demoni o folletti nel vento, spiriti nelle tempeste di mare, Fate nelle fontane, nelle grotte, le Marocche nelle fogne, i papoli nei luoghi abbandonati, la Manolunga nei pozzi, la Mogada nelle schiume dei fiumi.
Non c'era momento della vita, aspetto del mondo che no avesse la sua nicchia col il suo spiritello o il suo piccolo nume.
La funzione di queste mille credenze e di altri altrettanti esseri fantastici era quella di eliminare nell'esperienza umana ogni zona d'ombra, ogni elemento d'assoluta ineluttabilità, ogni inavvicinabile mistero, spostando in un mondo parallelo quanto non si piegava a una forma di razionalizzazione, lasciando così spazio alla trascendenza anche nelle forme più alte. Su questo terreno poterono intendersi la cultura cristiana e quella pagana. L'uomo medievale viveva effettivamente in un mondo popolato di significati, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose.
Il fantastico era l'elemento riequilibratore degli scompensi, delle delusioni, dei traumi, delle paure, dei fallimenti, delle angosce. TUTTA QUESTA STRUTTURA FANTASTICA E' STATA DISTRUTTA DALLA NOSTRA CIVILTA', LASCIANDO MOLTE ZONE PERICOLOSE COMPLETAMENTE SGUARNITE. SPENTA LA FIAMMELLA DELLA MAGIA, DELLA FAVILA, DELL'ANALOGIA, DELL'ORDINE FANTASTICO, L'UOMO RIMANE NELLA STANZA SENZA FOCOLARE, NEL MONOLOCALE ASETTICO, DAVANTI AI PUPAZZI ARTIFICIALI E COLORATI DEL TELEVISORE. IL POSTO FONDAMENTELE CHE OCCUPAVA IL FANTASTICO E' IMMENSO E PARE COSTITUIRE UNA ZONA INCOLMABILE NELL'IMMEDIATO:
con l'avvento della civiltà tecnologica e l'appiattimento dei valori e degli schemi di vita sulla ripetizione e la banalità, si profila il rischio di ritrovarsi estranei al mondo col quale tutto questo disordinato sistema di credenze, figure, di feste, di immagini, ci aveva familiarizzati e reso solidali; c'è l'incoffessata paura che si perda col fantastico l'identità e l'integrità dell'uomo con la naturale capacità di porsi fuori dagli schemi della convenzione di cui è fatta qualunque cultura e qualunque società, quindi di ottundere la forza di progettare il nuovo fuori dalle vecchie crisalidi.
Il fantastico è proprio questa forza di propulsione per cui l'essere riesce continuamente a proiettarsi oltre se stesso, una volta che sia cacciato via dal regno del consueto e dell'omologato, della noia, dell'ironia, dalla bizzarria o dalla stravaganza: ogni creazione fantastica è una sonda nell'universo del possibile e del semenzaio di questa pianta così preziosa è l'infanzia, con tutto ciò che di questa rimane in un'intera esistenza.

Carlo Lapucci "dizionario delle figure fantastiche" 1991, Garzanti Editore

 

 

DINAMISMO DELLA BEFANA: LA POESIA RITORNA ALLA GENTE

Nel suo libro, "Poesia e magia", Anita Seppilli così riflette (p. 533,534):
"Nella nostra civiltà, e questo vale per moltissimi paesi, si è verificato un distacco fra poesia e popolo. Il distacco è avvenuto lentamente. Quando gli istituti sociali non sanno più svilupparsi armonicamente e mutarsi secondo le necessità nuove, non è più possibile portare avanti lo sviluppo della tradizione. L'antica comunità si frange, e si frange l'unità della cultura. Si formano, da una parte una cultura ed un'arte di élite, immemore, o sprezzante, o invano cercante il consenso delle masse; dall'altra una massa che non si sente più espressa, e che in condizioni tali di disagio da non venir più attratta nel vivo della creazione della cultura o nel suo scambio vitale".
"quando…la tradizione poetica…sia, in sintesi, il risultato di una carica emozionale intensissima e generale, e di un lunghissimo processo di ininterrotti adattamenti ed arricchimenti, in quanto rappresenta una sintesi formatasi nei secoli di drammi cosmici ed espresse in figure, in quanto è un processo di dare e ricevere illimitato nel tempo ed aperto a tutti gli uomini, in quanto abbia un fine sacrale e continui ad essere circondata di un alone di sacralità, anche oltre il persistere della fede, quando essa sia in altre parole, materia mitica, noi vediamo che ESSA POSSIEDE UNA VOCAZIONE AD ESSERE POPOLARE, COME MAI NESSUNA ALTRA COSA. fino a che essa sopravviva, pur anche quando non sia più intesa nel suo significato religioso, sopravvive un legame di cultura per entro una qualsiasi comunità umana".
Credo che il quadro tracciato dall'autrice sia più che mai attuale nel contesto sociale odierno, che caratterizzato da una parcellarizzazione e disintegrazione in diversi e spesso opposti "micro-sistemi", costituiti da norme, ideali ed aspettative di gruppi sociali distinti. Si assiste così a processi lesivi dell'integrità e della vitalità della comunità: diffusa spersonalizzazione, continuo appiattirsi e omologarsi, tendenza uniformante e devitalizzante, che uccidono dal di dentro l'espressione individuale di risorse creative ed originali. Parliamo di "dinamismo" della Befana: perché? La parola "Befana" è in grado di suscitare in noi immagini connotate di una forte valenza emotiva e affettiva. Il mito della Befana appartiene a tutti, e tutti possiamo essere fruitori di un evento mitico-rituale, nel quale la comunità si riconosce nella sua interezza.
In questo dinamismo di intenti e di espressione, siamo mossi da un sogno grande: quello di avvicinare la poesia alla gente, e la gente alla poesia. La poesia , e la tradizione mitica ad essa sottesa, finchè sono vitali all'interno di una comunità, contribuiscono a rafforzare il gruppo stesso, dotandolo di un legame, di un vincolo sacrale-mitico-religioso.
L'appartenenza diventa motivo di coesione, la coesione a sua volta accresce il senso di appartenenza e il benessere che ne deriva. Accade qualcosa, accadono emozioni, sentimenti, ed ogni elemento porta la sua nota unica e distinta.
Il mito è dinamico, è azione e nel mito possiamo contemplare un'azione o agire una contemplazione. E il dinamismo della Befana si manifesta appieno nel suo gioco mai interamente comprensibile ed esauribile di luce ed ombra, parola e silenzio, vita e morte, tristezza e gioia.
Benvenuta Befana.

POESIA, MAGIA, E CULTURA POPOLARE


Alla poesia e all'ispirazione furono attribuiti, almeno in lunghi periodi storici e tutt'ora presso certe culture, significati e finalità diversi dalla valutazione puramente estetica. Tale processo ideativo fu considerato di ordine magico, e fu assunto e manipolato come tecnica magica. Presso tali culture il processo ideativo di carattere poetico risulta carico di una forza eccezionale, una forza che permette di entrare in contatto immediato con le altre forze del cosmo, e di agire direttamente sul cosmo intero. Non si può quindi disgiungere l'ispirazione poetica del rituale magico, dal mito, dalla religione.
Un valore attivo, di tipo magico, fu attribuito alla parola, alla parola cantata, alla narrazione, alla rappresentazione drammatica di un mito. La parola è capace di suscitare immagini, di creare dal nulla: è questa la carica magica implicita nella parola. Da qui la possibilità di evocare immagini, di evocare le immagini del mito, e di renderlo presente, con la sua immensa carica di energie sacrali ed emozionali: "…se è peculiare dell'immagine l'indipendenza dal tempo e la possibilità di ripetersi in qualunque momento, ogni volta che per una qualche causa, la ripetizione delle immagini sia sollecitata, allora non dovremmo meravigliarci che il contenuto del mito appaia come un 'eternamente esistente' in un 'altrove' da cui si evoca (infatti in qualunque momento è possibile mettersi in comunicazione col mito); né che attraverso l'avocazione sia passibile di 'presenza', in ogni luogo, purchè sia messa in moto, con la giusta tecnica, una corrispondente forma di emotività evocatrice. Questo riattualizzare il mito, cioè questo farlo "presente", è la funzione delle celebrazioni festive e dei riti. (p. 72)
La rappresentazione drammatica è creatrice di realtà, ma non realtà materiale, bensì realtà sul piano mitico-fantastico. A quest'ultima realtà viene attribuito un valore molto più intenso che non la realtà delle cose materiali, e la "poesia…è quanto di più materiale possa esistere". (p. 170) L'uomo pensa di poter intervenire sul destino attraverso l'immagine, la rappresentazione drammatica carica di forza magica.
Il fine del mito"…non è la disinteressata creazione fantastica…e neppure è un fine del mito il dare una spiegazione alle cose… al contrario quella del mito è in primo luogo una funzione vitale. Esso rappresenta un precedente primo, originario, avvenuti nel 'tempo mitico' ( cioè fuori dal tempo storico), che è il paradigma, la causa e il come di tutto ciò che esiste; conoscerlo, cioè conoscere il 'mito delle origini' di qualsiasi fenomeno, rivivendolo nel rito, acquieta l'angoscia esistenziale, rassicura sulla normalità del cosmo, conferisce potere sul fenomeno stesso, è il mezzo a disposizione dell'uomo che consente di venire a contatto col sacro, di vivere in quel tempo particolare che è il tempo creatore mitico, così controllando ciò che noi chiamiamo natura". (p. 104,105)
Il distacco della poesia dal popolo, e la perdita del mito, della sua vitalità, fanno si che al poeta sia riservata una libertà espressiva che però si esaurisce in sé, nel cerchio individuale della sua esperienza: "al linguaggio poetico moderno, staccato com'è quasi del tutto da una tradizione viva legata al mito, manca quel naturale richiamarsi a figure immediatamente e naturalmente evocabili, manca la rispondenza corale col pubblico, in questo senso, fino ad in certo grado, manca addirittura una tradizione sociale dal cui substrato debba sorgere e la creazione del poeta e la comprensione del lettore. Il poeta, perciò, gode di una libertà irresponsabile, quasi caotica, senza appigli e richiami, faticosa a essere intesa e faticosa a trovare, perché deve esserlo volta a volta di nuovo, sotto pena di decadere a reminiscenza; la ripetizione che abbia dietro a sé un mondo mitico-religioso universale accolto, rimane sempre carica di pathos, è perciò sicura di risonanze. L'ELOQUIO "POETICO" DI TIPO ARCAICO E' INSOMMA DI NATURA SOCIALE, CORALE, IL POETA MODERNO E' SOLO CON LA SUA INTUIZIONE". (P.314)
Il fatto che attraverso il mito, il poeta si trovi immediatamente connesso alla comprensione del pubblico, non significa che ne risulti una meccanica prevedibile: il poeta è libero di esprimersi all'interno dei larghi limiti fissati dal mito. L'uomo non è un essere isolato nella società, ma è l'anello di una catena che ripete all'infinito poche grandi vicende e solo quelle; è uno della stirpe dei suoi antenati, e le soluzioni creative dell'individuo avvengono sulla base di soluzioni anticamente approntate in un tempo altro, il tempo mitico delle origini. Il mito "…è un modello e possiede un valore, se anche inconscio, di 'precedente mitico, forgiatore di realtà e di significati, da cui sgorga ogni energia creatrice di vita, proprio come quando esso veniva ripetuto per secoli e millenni, quale azione protitipica ad ogni evenienza similare". (p. 527)
Attraverso e grazie al mito, il mondo diventa rappresentabile e il singolo individuo partecipa assieme alla collettività delle rappresentazioni più cariche di magia, delle parole dette o cantate in grado di evocare immagini forti e pregnanti: "la 'visione' mitica per se stessa traduce in termini simbolici l'infinita multiformità del mondo e rende questo facilmente intuibile ad ogni istante e in ogni suo aspetto, lo trasforma da confuso in rappresentabile, da muto in facile ad esprimersi mentre, L'UOMO PER SE' SOLO, FINCHE' E' FUORI DA UNA TRADIZIONE, NON PUO' ESSERE IN GRADO DI DARE SIGNIFICATI. (p. 529,530)
La poesia agisce sul mondo (poiésis da poiéo = faccio), non solo in senso estetico o simbolico, ma concretamente; perché ha in se la possibilità di modificare la realtà, di intervenire su di essa: "…fino a che il mito è vitale, il simbolo non 'sostituisce', ma 'equivale' all'oggetto, anzi, è il suo nucleo più intimo e significativo". (p. 235)
La credenza di un'azione magica della poesia sul mondo fa sì ad esempio che si reciti in una certa stagione il mito delle origini dell'animale, della pianta, di una città, del cosmo, perché dalla narrazione del mito conseguirà il moltiplicarsi dell'animale, la crescita della pianta, il consolidamento della città, il rinnovamento del cosmo.
Mentre per l'uomo "moderno" la causa è scoperta soprattutto attraverso un processo razionale, un ragionamento ( pensiero logico), invece, nelle culture arcaiche il fattore causale sta anche nella rappresentazione, purchè sia dotata di una forte connotazione emozionale e significativa; l'immagine, la rappresentazione, è sentita come un fattore causale, operante a condizione che sia vissuta e rifatta, cioè presente.
Quali sono le funzioni del mito? Nelle parole dell'autrice: "… possiamo dire che il mito esplica una funzione chiarificatrice, è educazione e cultura perché estrae elementi essenziali dal groviglio dell'informe. Il mito, dunque, tende all'essenziale, raccogliendo nei suoi simboli significati sempre più vasti subisce un processo di intensificazione e nello steso tempo diventa sempre più largamente rappresentativo, conferisce tipicità ed è chiarificatore. Essenzialità, intensità, rappresentatività, tipicità, capace di apportare chiarezza sono però anche le condizioni della grande arte". (p. 358)
La poesia come poiésis, come azione magica che esprime ed evoca alla presenza una (super) realtà creativa, possiede implicitamente un significato "vitale", che ne esalta il valore entro la società, così da divenire necessaria. La necessarietà della poesia si rende quindi evidente all'interno della collettività, là dove si può parlare di una cultura popolare. Una cultura di tutti, una cultura popolare consiste in un sapere e in una tradizione che è patrimonio del gruppo e come tale viene tramandato di generazione in generazione: " via via che gli istituti sociali si trasformano, e si trasformano di conseguenza le esigenze, un certo numero di miti cade lentamente nel profano; questa materia acquista una maggiore libertà, può esprimersi perciò più indipendentemente dal fine magico da raggiungere e può seguire, nelle mani di un artista la sola legge dell'arte. Essa non è più strettamente necessaria ma tuttavia, FACENDO PARTE DI UNA TRADIZIONE AVITA, DI UN PATRIMONIO CHE SI TRAMANDA DI PADRE IN FIGLIO, PREZIOSAMENTE, E' SENTITA COME UNA PROPRIETA' COMUNE, UN SAPERE CHE CARATTERIZZA UN GRUPPO, E', CIOE', CULTURA DI TUTTI, CULTURA POPOLARE". (P.531)

Anita Seppilli, "Poesia e Magia" (Enaudi)


 

 

DANZIAMO LE ORIGINI

Torniamo ad essere quello che siamo: suoni, colori, danza. Ed è un suono anche il primo vagito del bimbo che nasce, la prima canzone cantata in questo mondo. Sorriso e pianto sono le due modalità di comunicazione originarie: con il sorriso ed il pianto il bambino modula e attivamente interviene a regolare il rapporto con la madre. All'interno della diade madre-bambino, il pianto ed il sorriso stimolano la risposta della madre, instaurando un dialogo che rafforza e consolida la relazione stessa. Il bambino non distingue sé dai propri canali espressivi , e non distingue sé dai propri agiti emotivi e comunicativi: il bambino è quel sorriso, è quel pianto.
Danzare le origini significa tornare ad essere tutt'uno con il repertorio di canzoni e di musiche che di volta in volta esprimiamo sulla scena del mondo. Tutto scorre, diceva Eraclito. L'immagine del fiume che va è un segnale, un invito discreto e inudibile a non dimenticare, a non dimenticarsi che tutto si muove e muta, e che in questo dinamismo sta la drammaticità del vivere. Se fossimo sempre uguali a noi stessi, incatenati a una perfezione intoccabile, non potremmo udire alcuna musica, e le poche note suonate diventerebbero ripetizione di un'assenza.
Ma le canzoni, anche le più semplici, prevedono mosse, movenze, inchini, flussi e riflussi: un alternarsi di suoni e di silenzi. Così è l'uomo: allo stesso tempo suono e suonatore, coniugato a un dinamismo, che è la sua dimensione profonda, l'assenza con la quale è nato il mondo.
Ecco la danza, con il suo prezioso carico di magia rituale; la danza è tutto e niente, è questo e quello. Non puoi definirla, pensarla,incatenarla, la puoi solo danzare, non puoi che essere quella danza. Danzare le origini, lasciare che sia, lasciare andare, assecondare i mille mutamenti che stanno in un granello di tempo, non opporsi più alla caducità, ma diventare "ebbri" di quello che c'è. La Befana: diresti che non cambia mai, che è sempre la stessa, che è perfino noioso stare con lei. Ma quello che chiami Befana è questo e quello, e non è quello che dici, disegni o canti. Quando paure o tristezze incombono, i movimenti interni ed esterni si fanno più difficili e ritrosi, ed ecco, dilegua il dinamismo, e tutto diventa uguale a se stesso, diviso, separato,scisso. A sanare questa frattura interviene allora il mito, con la sua valenza integrativa.
Edwin Oliver James, professore di storia e filosofia delle religioni, afferma che "il mito…non può essere ridotto a determinati elementi statici. Non è soltanto una fiaba, ma una realtà vissuta; non è un frutto di fantasia come i romanzi che leggiamo oggi, ma una realtà vivente che si crede sia realmente esistita in tempi primordiali e continua tuttora ad esistere per influenzare il mondo e i destini degli uomini"(1996 pag. 14) Possiamo utilizzare questa lettura del mito per comprendere appieno il mito-rito della Befana, che può essere descritto nei termini di una realtà vivente e vissuta, e come un insieme di operazioni e processi magici e simbolici con una ricaduta forte e decisa sulla realtà e sulla quotidianità. In questo senso si può parlare di "dinamismo immortale" della Befana, la dove emerge il carattere profondamente dinamico e non statico della configurazione rituale "Befana". Perchè il mito abbia una ricaduta effettiva sulla realtà, occorre che sia vissuto appunto come reale, come realmente esistente ed operante nel qui ed ora del suo svolgersi. Ogni edizione del mito è quindi una "riedizione", perché rimanda a qualcosa che è accaduto per la prima volta in un tempo primordiale e che continua ad influenzare, e ad accadere, nel presente.
C'è tuttavia un processo fondamentale, senza il quale il mito non potrebbe essere vissuto come reale: l'identificazione, la partecipazione. In Europa, all'interno di caverne, sono state rinvenute pitture e incisioni risalenti al Paleolitico, rappresentanti uomini con maschere e teste di animali: "Quando un esperto del rito si abbigliava con la pelle e le corna di un cervo o con le piume di un uccello, e imitava il comportamento della specie impersonata, lo faceva nella credenza che in quel momento e per lo scopo prefisso egli fosse effettivamente ciò che rappresentava. In tale qualità, la sua non era un'imitazione, ma un'azione diretta" (ibid.pag.26). coloro che partecipavano ai riti si identificavano, con l'aiuto di maschere, corna, pelli di animali e piume di uccelli, con la specie nella quale si credevano trasformati attraverso un processo di "partecipazione".
La dinamicità di un mito, come quello della Befana, e il suo "dinamismo", risiede nel processo di identificazione e di "partecipazione" che il partecipante al rito mette in atto, sottraendosi a un comportamento di mera imitazione: "Fino a che il mito è vitale, il simbolo non sostituisce,ma equivale all'oggetto, anzi è il suo nucleo più intimo e significativo". (Anita Seppilli, 1971 pag.235)
Ad accomunare i partecipanti al rito è la credenza a un ordine trascendentale che si manifesta nell'universo e che controlla gli accadimenti umani: "è stata elaborata una tecnica ritualistica per stabilire efficaci relazioni con la sorgente ultima della vita e del benessere, della stabilità e dell'equilibrio. Così per mezzo di danze, riti e simboli, la tensione derivante dalla perpetua lotta per la sopravvivenza e dalla costante minaccia di eventi imprevedibili e incontrollabili veniva alleviata e sublimata, e le energie umane venivano dirette verso nuove attività, procurando in tal modo un sollievo mentale e morale, ispirando fiducia e speranza e infondendo un dinamismo integrativo nella società" (James, pag.27,28). Se c'è un ordine trascendentale che si manifesta nell'universo, occorre una tecnica ritualistica che persegua e mantenga una relazione positiva e armonica tra gli esseri viventi e questa "entità" ultraterrena. In tal senso il mito-rito della Befana può essere inteso come un'azione rituale, un'azione diretta, reale, vivente, avente come finalità l'instaurarsi e il mantenimento, la salvaguardia, di una relazione positiva e armonica con l'ordine trascendentale. Da questa relazione dipende l'esistenza degli uomini, un'esistenza continuamente minacciata dall'imprevedibilità degli eventi. Il dinamismo inerente alla figura e al mito-rito della Befana è tutto in questo costante protendersi a svelare, formare e dispiegare una relazione vitale con l'ordine cosmico, da qui tutti abbiamo origine e da cui tutti dipendiamo. Danzare le origini in un campo di fortuna e da lì toccare l'infinito.

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