Contributi culturali 2000

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LETTURA DELL'EVENTO: "MITO-FESTA DELLA BEFANA" AD AGLIATE

Partendo dalle analisi svolte da G. L. Bravo e A. Seppilli (vedi rif. bibl.), possiamo ora tentare una lettura dell'evento: "Mito-festa della Befana", che si svolge ad Agliate, ogni anno, la sera del 5 gennaio.

1. "MITO-FESTA DELLA BEFANA" COME RITO, ATTIVITÀ DI "RECUPERO", RISORSA PER LA COMUNITÀ. FUNZIONE CREATIVA E DI MEDIAZIONE
Il fenomeno "Mito-festa della Befana" ad Agliate può essere letto e considerato come un rito, e come un'attività dì "recupero" organizzativo del disordine, del "rumore" provocato dalla complessità del sistema societario. Dinanzi alla complessità degli stimoli sociali, che si traducono per l'individuo in una richiesta di competenze sempre più raffinate e diversificate, e in un contesto di formazioni sociali differenti, ognuna con stili e modi specifici, nel quale l'individuo si trova ad "abitare" e operare, si produce una tendenza diffusa alla perdita dell'identità personale e sociale. In questo senso, la festa di Agliate, con i suoi contenuti simbolici e mitici, e con la forza dell'azione rituale che svolge, consente all'individuo di innestare un processo di recupero e di autorganizzazione rispetto al disordine (in termini mitici, il caos infero), in modo tale che la complessità degli stimoli sociali possa essere vissuta non più e non solo come un agente distruttivo, ma anche e soprattutto come una forza costruttiva che stimola processi di ri-defìnizione. Ciò diventa possibile solo se l'individuo può sperimentare esperienze e contesti integrativi, in mancanza dei quali la complessità non si configura come possibilità creativa, ma come entità soverchiante e disgregativa. La festa del 5 gennaio ad Agliate diventa allora una risorsa per la comunità, ed esplica una funzione creativa, proprio perché favorisce il recupero o lo strutturarsi e il consolidarsi di un'identità personale e sociale intesa come immagine/immagini di sé altamente strutturate, coerenti, stabili, ma nello stesso tempo flessibili e definitorie rispetto a sé e al mondo. Nel momento in cui l'individuo partecipando alla festa-mito-rito, aderisce a un'azione magica e rituale, stabilisce per questo processi di identificazione con la comunità, e allo stesso tempo acquisisce riferimenti e coordinate che possono aiutarlo a sentirsi quale individuo distinto, sì, ma anche appartenente a una collettività. Il mito-festa-rito acquista così una funzione di mediazione, perchè appunto media tra l'individualità del singolo e l'identificazione con la collettività, in un processo dialettico tra i due poli che salvaguarda sia la peculiarità-unicità del singolo, sia, l'identificazione-fusione (creativa) con la collettività-comunità, depositaria di tradizioni, memorie e significati conisolidati in un tempo storico.

2. LA "BEFANA AD AGLIATE" COME DIFESA DI ORDINE SACRALE, COME SUSSIDIO MAGICO-RELIGIOSO. DUE RITI: UNO VISIBILE, L'ALTRO INVISIBILE, INCONSAPEVOLE, OCCULTO
Dall'analisi condotta da Anita Seppilli, si evince che 1a costruzione di un ponte "manomette" la natura e ogni trasformazione è sempre sentita come un sacrilegio, di fronte al quale s'impongono difese d'ordine rituali, a salvaguardia del ponte e della comunità. Questo complesso mitico: costruzione di un ponte - sacrilegio - difese rituali, è stato ed è presente in tutte le culture del mondo, ed è solo la nostra "civiltà industriale" che si è lasciata alle spalle dubbi e cautele reverenziali verso il sacro, rischiando così di distruggere l'ambiente. La Seppilli dice che l'edificazione dei ponti, come ogni tecnica trasformatrice di ciò che è, viene percepita dalla coscienza come un fatto angosciante, come un'intrusione nel dominio del sacro ed è perciò bisognevole di un sussidio magico-religioso. Non ogni intrusione nella natura appare accompagnata da un'esplosione emozionale di pari intensità. Nel nostro caso, abbiamo due gruppi di complessi emozionali coinvolti: il primo è relativo alla sacralità dell'acqua in sé, il secondo è relativo al "varcare" le acque, all'annullarle con l'artificio di un ponte, che manomette la natura con l'affondamento dei piloni o sostegni su cui il ponte si sorregge a riva, oppure nell'alveo stesso del fiume, fin entro il grembo della terra. L'evento mito-festa della Befana ad Agliate, può essere letto, alla luce di quanto detto, come una particolare difesa d'ordine sacrale, come quello specifico sussidio magico-religioso che la situazione (il sacrilegio del ponte di Agliate) richiedeva e richiede. Durante la sera del 5 gennaio di ogni anno ad Agliate si celebrano contemporaneamente due riti: il primo visibile ed evidente, riferibile al "passaggio" della Befana e il secondo finora sotterraneo, occulto, inconsapevole, relativo ad un'operazione difensiva di ordine sacrale. Il sacrilegio non fu commesso una volta per tutte in un lontano passato con la costruzione del ponte (di Agliate), ma rimase e rimane incistato nel ponte stesso, la cui presenza è in ogni istante lesiva rispetto alle forze ctonie sotterranee, infere, della terra e delle acque, soggiogando l'acqua, e infliggendo una ferita con i piloni. Finché ci sarà il ponte (di Agliate), ci sarà un sacrilegio, e finché ci sarà un sacrilegio, ci sarà la necessità di un'azione rituale a salvaguardia dell'indennità del ponte e della comunità. La festa del 5 gennaio ad Agliate assume questa funzione difensiva rituale, e la comunità, anche se inconsapevolmente, celebra, a un livello più profondo, questo rito riparatorio e propiziatorio.

3. IL FIUME LAMBRO E' UNA VIA CHE PORTA AGLI INFERI, AL MONDO INFERO. DUE FONTI DI RINNOVAMENTO
Un fiume, un lago, un mare sono una via che porta temporaneamente o definitivamente negli inferi. Nel mito-rito del 5 gennaio si consuma la chiusura di un ciclo, un periodo di decadimento (l'anno vecchio), attraverso il contatto dei partecipanti con l'acqua del fiume Lambro, che si qualifica a livello magico e simbolico come una discesa nel mondo infero. Il risultato di questa discesa è la successiva emersione dalle acque, che segna l'apertura e l'inizio di un nuovo ciclo (l'anno nuovo). Il fiume Lambro è quindi una via che porta agli inferi, al mondo infero. Per questa sua funzione di comunicazione tra i due mondi (quello terrestre e quello infero), il Lambro è stato, anche se forse inconsapevolmente, scelto quale luogo di rappresentazione del rito-mito della Befana. La comunità, la collettività si mette in contatto con le forze ctonie col mondo infero degli antenati (e con la Befana quale Grande Antenata), perché dal loro favore dipende ogni vita ed ogni e qualsiasi rinnovamento. Abbiamo così due fonti di rinnovamento: il primo è quello apportato dal ritorno della Grande Antenata (la Befana), con i suoi doni che sono altrettanto simboli degli antenati; il secondo rinnovamento è quello che si compie mediante la comunicazione tra i due mondi. Anche l'utilizzo delle lanterne, al cui interno splende il fuoco, ha una valenza e un significato rituale. L'esposizione delle lanterne, centri di fuoco pulsanti, sta a significare, e di fatto concretamente e simbolicamente realizza, il sorgere del sole (fuoco) dal mondo infero (il fiume Lambro). Il sole (le lanterne) esce e rinasce rivitalizzato dall'oceano infero (il fiume Lambro). Nell'edizione 1995 della Befana sul Lambro, un sole luminosissimo emerge dalle acque. Nell'edizione 1990, compare invece un'oca, una delle possibili forme in cui si "incarna" il rinnovamento. Tutto ciò ha un equivalente mitico. Infatti, nella teologia egizia, dall'acqua in principio sorge un uovo, posatosi sulla collina primordiale, ne nasce il dio solare Rha e scivola sulle acque sotto forma di oca.

4.UCCISIONE SACRALE DELLA BEFANA-GRANDE ANTENATA-RE ATTRAVERSO IL CONTATTO CON LE ACQUE, DISCESA NEL MONDO INFERO (FINE DI UN CICLO) E SOSTITUZIONE CON UN NUOVO RE-BEFANA (INIZIO DI UN NUOVO CICLO)
In alcune località, vige ancora la tradizione, durante la notte di Epifania, di bruciare alcuni fantocci raffiguranti la Befana. Questa tradizione è da ritenersi in relazione con un tema mitico molto importante: quello relativo all'uccisione sacrale del re (divino). Il re, che impersona le divine energie cosmiche invecchiate, viene immolato. Con la sua morte e sostituzione con un nuovo re divino, si verifica il rinnovarsi delle energie cosmiche. Il passaggio della barca con la Befana-Grande Antenata-Re divino sul fiume Lambro, la sera del 5 gennaio, rappresenta ed esegue simbolicamente l'uccisione della Befana stessa, con la sua discesa nel mondo infero. Un nuovo re (divino)-Befana emerge dalle acque infere ed "approda" a terra, risale al mondo terrestre: le energie cosmiche possono allora rinnovarsi, ha inizio un nuovo ciclo.

5. OFFERTA RITUALE DELLE STRUTTURE REALIZZATE ANNUALMENTE (IN LABORATORIO, IN CASA, NELLE SCUOLE) ALLE FORZE INFERE DEL FIUME LAMBRO
Siamo di fronte ad un altro equivalente mitico: in occasione della fondazione di città, templi, palazzi, il fondatore offre alle forze infere, disturbate dall'intervento dell'uomo, doni in forma di gioielli, pietre preziose, ecc. Durante la cerimonia del 5 gennaio sul Lambro, allo stesso modo, per placare e rendere omaggio alle forze infere disturbate dal passaggio sull'acqua e dentro l'acqua di persone e cose, si compie l'offerta, il dono delle strutture realizzate per la cerimonia.

6. BEFANA COME SPIRITO GUARDIANO DEL FIUME LAMBRO (E DEL PONTE)
Presentiamo ora un altro tema mitico: quello del sacrificio di una vittima affinché una costruzione possa resistere nel tempo (tema mitico che assume la forma, in molti miti, di vittime murate vive in un edificio, che divengono, con la morte, spiriti protettori dell'edificio stesso). Nel nostro caso la Befana è la vittima consacrata, affinché due costruzioni possano resistere nel tempo. La prima "costruzione" è il Lambro stesso, le cui "fondamenta" sono minacciate dall'inquinamento delle sue acque, la seconda è, come si è già detto, il ponte di Agliate, la cui esistenza richiede difese rituali.
Sempre in modo inconsapevole, la comunità di Agliate e gli ideatori del mito-rito del 5 gennaio, hanno attribuito alla Befana una specifica valenza di spirito-guardiano. In seguito a quest'attribuzione, la Befana diventa lo spirito-guardiano del fiume Lambro. Una figura mitica (la Befana o Grande Antenata) è stata così prescelta ed investita del sacro e luminoso compito di proteggere il fiume Lambro. Alla Befana, assurta così a dea-spirito-guardiano, si rende omaggio con un culto collettivo fatto proprio dalla comunità di Agliate (e non solo).
Il risultato magico-sacrale consiste nel fatto che la Befana, in quanto spirito-guardiano del Lambro, è e sarà sempre "legata" al fiume di cui rimane custode e protettrice. Non solo. La Befana esercita la sua funzione protettrice anche sul ponte di Agliate, e si qualifica pertanto anche come spirito-guardiano del ponte di Agliate. Con l'istituzione di un "culto" (sotterraneo, inconscio, ma non per questo inoperante) e con una cerimonia (quella del 5 gennaio) che annualmente conferma e consacra la Befana quale spirito-guardiano del fiume e del ponte, la comunità si prende carico dell'antico sacrilegio del ponte e perviene ad un contatto più positivo e fecondo con le forze ctonie, con il mondo infero del Lambro: viene stabilita o ri-stabilita una comunicazione tra i due mondi (terrestre ed infero).

7. ANGOSCIA ESISTENZIALE, LA FUNZIONE RASSICURANTE MA ANCHE PROVOCATORIA E DINAMICA DEL RITO-MITO. UN MARGINE DI VUOTO-SPAZIO PER ARTICOLARE IL PROPRIO MITO PERSONALE
Possiamo leggere la rappresentazione che si compie ad Agliate anche come un tessuto di valenze creative, il cui punto di partenza è l'angoscia esistenziale dell'uomo. Di fronte all'angoscia dell'uomo, che si sente ed è inerme dinanzi all'ignoto, all'ambiente ostile, alla fame, alla sete, alle passioni, la creazione di un evento come la rappresentazione di un mito, agisce rassicurando l'uomo. Egli fornisce un contenimento e un contenitore, entro il quale circoscrivere, delimitare e alleviare le sue paure, fornendogli al contempo una struttura creativa comune e collettiva, qual è l'adesione cosciente al mito, al suo o ai suoi significati; adesione che costituisce un nutrimento e un'opera di diversione rispetto alle paure originarie.
Il mito-festa della Befana, cerimonia, rito e gioco, esplica così una funzione rassicurante sui partecipanti e, rassicurandoli, li equipaggia anche con coordinate mitiche, simboliche e valoriali che operano sull'uomo diviso e impaurito con le proprietà di un collante magico, ma umano. E ciò avviene perché l'evocazione di una Grande Paura primordiale, quale è l'attesa nella notte, nel buio, paura del buio solo attenuata con le lanterne distribuite ai partecipanti e l'evocazione successiva della liberazione della paura, dello scioglimento della tensione mediante l'arrivo della Befana con il suo corredo di doni (è dono ella stessa!), consentono l'attuarsi di un processo di reintegrazione-unificazione delle parti divise. Viene rappresentato un modello mitico, che ha in partenza la sollecitazione di una grande paura, che è angosciosa e mortifera, ma è anche il terreno potenziale di sviluppo di una tensione creativa altrimenti pigra e addormentata. Il mito-rito può fare questo: può sollecitare, evocare grandi paure, e lo può fare perché ha in sé i mezzi per contenere poi queste paure, per dar loro un'espressione più adeguata, esprimendole magari per la prima volta con gesti, parole, colori, suoni, silenzi. Non spetta al rito-mito sciogliere le paure, però può indicare una o più vie attraverso le quali l'individuo può trovare una via d'uscita o almeno una facilitazione, un conforto, una condivisione. Il mito nasce da una paura, la esprime e tenta di risolverla senza negarla, ma confrontandosi con essa, come nel motivo magico del combattimento con il drago. Si potrebbe anche dire che l'evento mito-festa della Befana ad Agliate va a colmare un vuoto.
Si assiste ad un'inadempienza da parte delle strutture sociali, che lasciano l'individuo solo con le sue paure, senza fornirgli indicazioni di percorsi risolutivi, quali erano un tempo i riti d'iniziazione, attraverso i quali il singolo veniva aiutato a formare la sua identità in rapporto al gruppo di appartenenza. Di fronte a questo vuoto di impulsi, contenuti e percorsi mitici, un evento come la "Befana" ad Agliate è l'esempio di come si possa ri-attualizzare un mito, ri-poeticizzare un mito, anzi quasi fondarlo da capo, ri-fondarlo, ri-crearlo ex novo e radicarlo nel territorio con la ripetizione (dell'evento mitico e della sua celebrazione rituale), ripetizione che è la condizione indispensabile perché una qualunque azione assurga allo status di rito. Una ripetizione, però, non meccanica, casuale, distratta, ma nel senso di una riproposizione di una struttura portante, di un nucleo significativo, attorno al quale apportare infinite micro-variazioni, che sono tutte valide e parimenti importanti variazioni del tema mitico originario. Non è semplicemente ripetendo un gesto, o una serie di gesti, che questi acquistano lo status di rito. Occorre un'intenzione cosciente, una consapevole adesione, e ancor più un consapevole abbandono fiducioso al processo numinoso e carico di emozioni, proprio nel rito in azione. Nel suo accadere senza un atteggiamento ricettivo, qualcosa accade, ma non è la stessa cosa.
Torniamo alla Grande Paura, il punto di partenza per seguire nel suo farsi, nel suo esplicarsi, il processo creativo che porta alla costruzione di un mito. Se la Befana (Grande Antenata) non facesse paura, se non incutesse un po' anche timore, se fosse un personaggio "a tutto tondo" immediatamente ed interamente comprensibile, perderebbe quella sua valenza di ambigua sollecitudine mista a mistero, che la caratterizza. In definitiva perderebbe gran parte della sua capacità di far leva sul buio insito nell'uomo, giustapponendogli il suo buio; rispecchiando il buio dell'uomo con il suo buio, che da mortifero diventa precursore e poi irradiatore di una nuova luce, di un nuovo inizio. E' come se l'intesa fosse possibile e la contesa risolvibile solo giustapponendo, facendo incontrare due "tipi" di buio, due modi diversi di tenebra, di essere tenebra; da una parte, la tenebra dell'uomo, carica di angoscia e di richiesta e dall'altra la tenebra della Befana, profonda sì e un po' inquietante (come lo sono gli antenati, gli spiriti dei defunti), ma anche portatrice nel suo grembo di faville di luce pronte ad esplodere in una carica dirompente.
Se un mito fosse totalmente rassicurante, perderebbe parte della sua ricchezza e della sua funzione provocatoria e dinamica. Fortunatamente, i miti e i riti che ne distendono e sviluppano la trama, sono precisi e indefiniti al tempo stesso, cioè mantengono nella loro struttura originaria un margine d'indefinitezza e d'oscurità, che li salvano dall'esaurimento e assicura loro una proliferazione attiva, benché a volte sotterranea.
Il mito spaventa, rassicura e lascia un margine di vuoto, di timore, entro il quale situare la propria parte, il proprio personale mito. Ecco i momenti salienti di un possibile "itinerario" mitico, vissuto e rivissuto nella celebrazione rituale: dapprima c'è l'evocazione di una paura, o della Grande Paura, cui segue la rassicurazione, che non è mai completa, totale, assoluta, altrimenti diverrebbe consolazione e acquisterebbe i tratti di una pericolosa dipendenza. E' il momento allora della provocazione, che suscita un'incertezza contro la certezza della rassicurazione divenuta però fusione e simbiosi. Se c'è incertezza, c'è ancora lo spazio perché accada qualcosa, rispetto all'immobilità, alla stagnazione della fusione, simbiosi, dipendenza. C'è un movimento, per quanto difficile e confuso, c'è dinamicità. Ecco il momento del vuoto, quel margine di vuoto e d'indefinitezza che prelude ad un confronto, che rende possibile un confronto: qui nasce una possibilità, lo spazio per esserci, o non esserci. Condensando in una sequenza, i momenti fondamentali sono quindi: evocazione di una paura - rassicurazione - provocazione, incertezza - vuoto, movimento, confronto - possibilità.
La Befana ad Agliate, prima spaventa con il grande buio della sua attesa (arriverà?, ce la farò?), poi rassicura con il suo arrivo e con i suoi doni, che sono più di doni, sono segnali e tracce di possibili piste e infine lascia un margine di mistero, di vuoto, creato dalla sua partenza. E' qui, e non altrove che può inserirsi (o no) il singolo con la sua personalissima vicenda, storia, con il suo mito personale. Perché la Befana non appare di giorno? Perché non è il giorno il "luogo" deputato a svelare le trame di una paura. Certo, anche il giorno e la luce hanno il loro carico di paura e sofferenza, ma è nella grande paura evocata dalla notte e dalla tenebra, che la Befana arriva. Né prima, né dopo. Il momento è quello. A noi coglierlo o non coglierlo, assecondarlo o respingerlo. Per questo la ripetizione di un mito, di un rito, è tanto importante: non è detto che si colga subito il significato di una cosa, e anche quando si crede d'averla colta, c'è sempre spazio per "altro", per altri significati, per "un altro", che è in realtà incoglibile nella sua totalità, è una pienezza più grande di noi, ma nella quale possiamo trovare sempre nuovi frammenti, punti, angoli e svolte, sempre nuove dimore passeggere. Se davvero di grande paura si tratta, allora sì, può intervenire la Befana, mostrando lei stessa come si può sprofondare nell'acqua di un fiume (malato), e poi risalirne integra, mutata e rinnovata. E forse anche un fiume malato può sospingerci alla ricerca.

8. LA VECCHIA DEI KACINA. IL LAGO DELLE ACQUE MORMORANTI
Nei racconti degli Zuñi (Pueblos Occidentali, Nuovo Messico), si narra di un lago mitico creato dalla Vecchia dei Kacina (i Kacina sono gli spiriti dei morti e le nubi di pioggia). In questo lago caddero molti bambini, narra un racconto Zuñi, che scomparvero nelle acque. Le madri erano disperate, ma i bambini (morti-vivi) dicevano: "Noi stiamo bene qui, le nostre madri non devono piangere per noi. Noi rimarremo qui per sempre. Quando uno morirà, si fermerà qui, invece di andare là donde siamo venuti". Forse si può leggere questo episodio mitico anche in un senso alternativo alla perdita dei figli patita dalle madri, nel senso di una perdita, separazione, abbandono. Forse, invece, la Vecchia dei Kacina, donatrice come la Befana, ha fatto un dono alla comunità: le ha donato un lago mitico, nel quale i bambini caduti e non più trovati, assurgono ad una nuova vita, si rinnovano, e chiedono perciò di non essere pianti. Non è forse questo il lago della fantasia, della magia (intesa non come potere, ma come ciò che dà stupore, e quindi libera), dove chi affonda riemerge nuovo e pacificato? Un lago mitico è un luogo dove si può stare bene ("noi stiamo bene qui", dicono i bambini nel racconto), un luogo dove le risorse e le debolezze di un individuo possono essere accolte senza un giudizio, ed espresse nel linguaggio della fantasia, come in un gioco (nel racconto, a cadere nell'acqua sono i bambini, che giocano tanto e "vivono" di giochi). Questo lago mitico, creato dalla Vecchia dei Kacina, e dove stanno i bambini (morti-vivi), è geograficamente situato (è il lago delle acque mormoranti) alla confluenza del fiume Zuñi col Piccolo Colorado. Un lago della fantasia e della magia-incanto risanante non può che essere un luogo di giochi e di danze (nel racconto, i bambini Zuñi danzano la danza sacra del Buon Kacina), non può che essere un lago delle acque mormoranti, un lago dove le acque mormorano la fine del dolore.

 

 

 

UNA BEFANA FINALMENTE "FUORI MODA E DELLE MANIERE"!

Come ormai consuetudine da diversi anni, puntualmente ci siamo ritrovati, grandi e piccini, in una sera buia e fredda intorno al fiume, ahimè!, immagine della violenza quotidiana che l'uomo fa verso l'ambiente e la natura, ad aspettare e a celebrare il mito della Befana. Una festa che potrebbe a prima vista apparire una le tante del periodo, all'insegna del consumismo più sfrenato e di una tradizione che "per forza bisogna conservare".
Ma per chi ha collaborato e lavorato alla realizzazione della Befana e per tutti quelli che hanno assistito, è parsa subito chiara l'antitesi e il contrasto dei valori rappresentativi e scenici di questa festa. Insomma una Befana che dichiara con forza i valori più importanti delle relazioni tra uomo e ambiente e tra uomo e uomo, narrati in una serie di quadri e scenografie, accompagnati da suoni e musica che si sono integrati tra loro come fossero gli uni ispiratori degli altri.
Segnali, simboli, messaggi molto chiari ed espliciti che sotto forma degli elementi primari della storia dell'uomo (l'acqua, il fuoco, la luce, la vita, la morte, iul presente, il passato, l'ansia per il futuro), hanno fatto rivivere nella nostra immaginazione quelle scene da fiaba e da sogno che solo una mente libera dai surrogati del vivere quotidiano può rappresentare ed esprimere, quasi fossimo d'improvviso catapultati in una dimensione surreale al di fuori della storia.
Di certo tutto ciò sarà apparso più familiare ai bambini, o almeno lo spero, più abituati di noi adulti a volare con la propria fantasia ed immaginazione in modi e storie, lontani, surreali, dove lo spazio e il tempo non hanno più i confini ristretti e abituali che noi adulti troppo spesso ci imponiamo.
Ed è allora del tutto normale che vulcani, cervi, uccelli, draghi, danze, suoni e riti magici ci indichino la strada per liberarsi dalle mode, dai luoghi comuni del consumismo e del conformismo, ci dicano che la guerra è sempre e solo un male, un insulto all'uomo ed alla sua dignità, che l'inquinamento e il non rispetto dell'ambiente in cui viviamo può solo produrre morte e desolazione, distruggendo gli elementi essenziali per la nostra esistenza (l'aria che respiriamo, l'acqua che deviami ed il cibo che mangiamo).
Di qui l'invio a recuperare i valori essenziali della nostra esistenza come ospiti di un pianeta che dobbiamo condividere, pena la nostra stessa sopravvivenza, con tutti gli altri esseri, animali o vegetali, che lo abitano e il richiamo alle maniere, ad un vivere quotidiano più a misura 'uomo in cui ogni persona possa essere accettata per quello che è e non per quello che ha o per come è in grado di apparire. Insomma un bisogno di una purificazione vera del nostro essere come uomini che finalmente si riappropriano della propria dignità e si fanno garanti della dignità di tutti gli esseri che con noi condividono l'esistenza.
Credo infine che le stesse immagini che sono passate per televisione delle numerose feste e celebrazioni della Befana abbiano dimostrato chiaramente, come la nostra befana fosse veramente al di fuori delle mode e degli schemi. La speranza è che questi messaggi vengano fatti propri dai nostri figli e vengano impiegati per riaffermare le "maniere" che la Befana ci ha portato come dono.

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