Contributi culturali 2010
LA LOCOMOTIVA di Aldo Sangalli
Lo conosciamo tutti, il Mason. Tutti sappiamo su quali binari corre, tranne lui. Non voglio dire, evidentemente , che non sappia quello che fa. Ci mancherebbe. Lui lo sa benissimo cosa ha in mente e corre a cavallo del suo pensiero apparentemente senza curarsi di ciò che gli sta intorno. A volte questo suo binario incontra degli scambi o addirittura delle stazioni ed in quel momento riusciamo anche noi semplici umani a comunicare con lui. Quando incontra la stazione è una festa perché riesci anche ad esprimere un pensiero compiuto senza che lui si allontani. In questi rari momenti, però, la sua attenzione è totale, aperta. Passata la stazione, il treno corre ancora a palla sui binari suoi ma con il tuo pensiero nella locomotiva, nella caldaia. Alla prossima fermata le idee-carbone saranno progetti, il vapore sarà diventato forza e avrà spinto il treno più velocemente. Mi piace pensare al Mason come un treno, anzi, direi alla locomotiva di un treno. Spesso questa sensazione mi prende, al laboratorio. A volte immagino di sollevarmi a mezz’aria e di guardare nel capannone dall’alto, in pianta. L’immagine è singolare: persone ferme a lavorare in un punto definito del pavimento e una cellula irrequieta che instancabilmente corre da un punto all’altro, da una persona all’altra, come a dare una dritta, un consiglio o un rimprovero, ma attenta al lavoro di ognuno. Anche da qui, dall’alto, quella cellula potrebbe sembrare un treno che corre da una stazione all’altra. E noi? Noi umani che siamo? Qual è la nostra funzione? A volte siamo vagoni, quando lavoriamo per allestire le creazioni magari con altri pensieri, anche più importanti, nella mente. Comunque indispensabili per un treno, indiscutibile, ma con un coinvolgimento limitato dettato dalle nostre priorità. A cosa servirebbe un treno senza vagoni per passeggeri o merci? Altre volte, e sono le più belle, siamo stazioni. Siamo punto focale e indispensabile per una locomotiva, per far riposare i motori, per caricare il carbone. Raramente il nostro coinvolgimento è totale, ma quando accade è magia bambina, è luna nuova. Stazioni ce ne sono poche, una ogni tanto, ma al treno non possono mancare. Apprezzo il Mason, nella sua totalità. Apprezzo il suo essere in certi momenti così delicato da sembrare quasi fragile (eh, ma in fondo un po’fragile lo è). Mi piace la sua totale dedizione all’idea, al mito in sé, senza fronzoli od orpelli. Amo poi follemente la sua ricerca dell’assurdo che colora d’arcobaleno anche le cose più normali. Capita di trovare un’idea anche bella per la costruzione di una struttura da mettere nel fiume, ma la pennellata d’assurdo quell’aggiunta fantastica che riesce a dare il Mason ha sempre qualcosa di improvviso e vitale, sostanziale e conclusivo. La casualità e l’assurdo: cosi difficile per noi facenti parte della normalità, o della normalizzazione. Dove tutto è conseguente, stabilito, logico e organizzato, il colpo di frusta del caso e dell’assurdo è benefico, medicamentoso. Ecco, un altro aspetto del laboratorio è questo: una sorta di educazione all’imprevisto, all’assurdità intesa come valore aggiunto alla normalità, come elemento di disarmonia costruttiva. Non ho dubbi, il Mason, con tutti i suoi difetti, le arrabbiature, il suo carattere apparentemente scontroso è un altro degli importanti motivi per cui vale la pena di lavorare con la Befana.